Guinea | Elezioni a ottobre: Condé la spunterà ancora?

di AFRICA
Alpha Conde

La Commissione Elettorale guineana ha iniziato i preparativi per le prossime elezioni presidenziali. E mentre è caccia alle streghe ai membri dell’ opposizione e della società civile, le manifestazioni contro i black-out si susseguono e la diaspora inizia a organizzarsi.

La data proposta a fine giugno dalla Ceni (Commissione nazionale elettorale indipendente) per lo svolgimento in Guinea delle elezioni presidenziali è il 18 ottobre.

L’appuntamento elettorale vedrà come presidente uscente Alpha Condé, 82 anni, al potere dal 2010 e confermato poi da altri due scrutini: in occasione dell’ultimo, nel 2015, l’opposizione capeggiata da Cellou Dalein Diallo rifiutava inizialmente i risultati per sospetto di brogli, e ne chiedeva l’annullamento.

Ma per il 2020 a Condé si parava davanti non solo l’eventuale ostacolo del conteggio dei voti, ma quello della Legge. Nella Costituzione guineana del 2010, infatti, il tentativo di limitare la sete di potere del presidente di turno era scritto nero su bianco: «in alcun caso, nessuno può esercitare più di due mandati presidenziali». Tuttavia, alcuni presidenti africani perdono il pelo ma non il vizio, e l’ormai noto giochetto, inflazionato nel continente, di voler cambiare la Costituzione per restare presidenti a vita ha tentato anche Condé. E così, in piena emergenza Covid-19, ha organizzato un doppio scrutinio il 22 marzo che, oltre alle elezioni legislative, prevedeva un referendum per modificare appunto la Costituzione. Boicottato lo scrutinio dall’opposizione, abbandonato dagli osservatori di diverse organizzazioni panafricane e internazionali per l’assenza di presupposti di trasparenza, la proposta del referendum è passata con più del 90% dei voti favorevoli. Com’è purtroppo facile intuire, il voto era stato accompagnato e preceduto da tensioni e violenze, in particolare tra i cittadini pro e contro il referendum. Questi ultimi si erano già organizzati dallo scorso autunno nel Fronte nazionale di Difesa Popolare (Fndp); alla vigilia del voto, Amnesty International ha denunciato decine di arresti arbitrari di giovani e di persone scomparse a Conakry.

Ma la cosa non finisce qui: il 14 aprile la nuova Costituzione è stata pubblicata sul registro ufficiale, ma a inizio giugno avvocati e organizzazioni della società civile hanno denunciato che il testo pubblicato era diverso da quello approvato per via referendaria, e che donava più poteri al presidente. Dopo il rigetto di ricorso alla Corte Costituzionale, alcuni deputati vogliono ora rivolgersi alla Cedeao (Comunità Economica degli Stati dell’Africa Occidentale).

Dopo la tregua causata dalla pandemia di Covid-19, a metà giugno l’Fndp ha organizzato nuove manifestazioni per denunciare la volontà del governo di indebolire il Fronte approfittando dello stato d’urgenza causato dal coronavirus, mentre la Federazione Internazionale per i diritti umani (Fidh) ha denunciato una vera e propria «caccia alle streghe verso tutti coloro che si oppongono alla nuova Costituzione che permette ormai al Presidente Alpha Condé di svolgere altri due mandati. Questa caccia si traduce con arresti e detenzioni arbitrarie, rapimenti e atti intimidatori contro i difensori dei diritti umani».

In questo clima è arrivata il 20 giugno la proposta della Ceni di fissare al 18 ottobre le elezioni, che si sarebbero dovute comunque svolgere entro fine anno. Se da un alto il principale partito dell’opposizione, l’UFDG presieduto da Cellou Dalein Diallo, ha avanzato tutta una serie di rivendicazioni, dall’altro è già spuntato un primo candidato, un certo Ousmane Kaba, presidente del Pades (Partito dei democratici per la speranza).

Intanto, però, come informa Rfi (Radio France International) continuano in questo mese di luglio le manifestazioni contro i black-out nella città di Kankan, mentre la diaspora guineana in Francia inizia a organizzarsi riunendosi nel Collettivo per la transizione in Guinea (Cgt).

«Guinea 1958-2020: l’utopia della democrazia»: è il titolo più che comprensibile di un articolo di ieri sul sito di informazione guineenews.org, firmato Aboubacar Fofana. Eppure, nel processo elettorale del 2012 in Senegal, la piazza che si è poi organizzata in un Movimento che riuniva opposizione e società civile e che poi ha contribuito a far desistere il presidente allora uscente Abdoulaye Wade dal suo tentativo di svolgere un terzo illegittimo mandato, e a portarlo alla sconfitta alle urne, aveva iniziato proprio con manifestazioni contro i black-out nelle banlieue di Dakar. Certo, la Guinea non é il Senegal, Paese dalla decantata tradizione democratica, e i due o tre morti “accidentali” del suo processo elettorale nulla sono contro per esempio alle centinaia di morti e alle violenze sessuali perpetrate durante la carneficina del settembre 2009 a Conakry: in quell’occasione, l’allora presidente Moussa Dadis Camara, il militare che aveva preso con modalità da golpe il potere dopo la morte del precedente presidente Lansana Conté, aveva fatto aprire il fuoco sulla folla che manifestava contro di lui, rinchiusa in uno stadio. Tuttavia, la pressione e l’attivismo digitale della diaspora gambiana contribuì alla cacciata nel 2016 dopo 22 anni del dittatore Yahya Jammeh in Gambia,  mentre l’insurrezione della piazza catalizzata in Burkina Faso in gran parte dal movimento civico Balai Citoyen riuscì a sbarazzarsi di Blaise Campaoré nel 2014, dopo 27 anni di governo autoritario.

Nel 2015 Condé era riuscita a spuntarla; chissà se, a ben guardare anche le sorti dei suoi vicini, pure questa volta per Alpha Condé sarà scontata una nuova facile vittoria.

(Luciana De Michele)

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